Andrà bene se avrai solo una persona (anzi sarà meglio)

Prima di iniziare a scrivere un libro immagino una storia, fantastico sulle sue evoluzioni, parto da un piccolo avvenimento quotidiano e lo ingigantisco così tanto da non controllarlo più. Ed è questo che mi affascina della scrittura: le infinite possibilità che si possono raggiungere solo con l’utilizzo della fantasia. Successivamente passo alla stesura, che è la parte più “pallosa”, quella tecnica, quella dove bisogna farsi capire al meglio ai propri lettori per poter esprimere quello che si ha in testa. Il lettore deve calarsi nel racconto, quasi da diventarne dipendente (almeno è questo l’effetto che provo da lettore di un libro che vorrei leggere tutto di un fiato).

 

Perché ho fatto questa piccola premessa?

Perché volevo sottolinearvi una volta ancora quanto sia importante per uno scrittore la propria storia, al di là del successo che possa avere, al di là delle vendite. Se la storia viene scritta con il cuore diventa un pezzo di vita e vederla sprecata, non ascoltata, non letta, crea un grande senso di amarezza e frustrazione. Fortunatamente non è il mio caso (almeno fino ad ora) perché ho ricevuto parecchi riscontri positivi. Però subentra un altro senso di sconfitta: il volerne sempre di più.

Non so se questo sia un problema dei nostri tempi, dell’era dei social network, dove si vedono centinaia, migliaia di scrittori, ognuno pronto (giustamente) a promuovere il proprio libro. Non so se questa sensazione di non accontentarsi sia una condizione umana insita all’interno di noi sin dall’alba dei tempi. Senza rifletterci troppo vi rispondi SI, penso proprio di si. Penso che il voler sempre di più sia una grave patologia dell’animo umano da sempre. Ed oggi al tempo dei social è diventata ancora più marcata.

“Ho cento followers, cavolo, ne voglio mille”

“Ho mille followers, cavolo ne voglio diecimila” e via dicendo.

I like/followers, come i soldi e come la droga, creano dipendenza. Non che io sia un bacchettone (per carità!), però essendo passato attraverso questa “dipendenza”, avendo speso ore e ore della mia vita nel controllo quasi maniacale di engajement, reactions, follows e altre terminologie per me abbastanza incomprensibili, mi trovo a voler riflettere ad alta voce sul senso di tutto questo. Più che altro mi faccio una domanda:

Serve veramente tutto questo accanimento a ricercare un consenso?

O meglio

Mi serve veramente? Serve davvero a me, a quello che voglio essere?

Se volete una mia risposta onesta, posso dirvi che ancora non lo so. Sono combattuto e penso lo sarò sempre; questa è una di quelle domande a cui non si può dare una risposta se non con un “dipende”.

Da cosa nasce questo mio dilemma interno.

1-     Come vi accennavo in apertura, la stesura di un romanzo è molto assimilabile ad un parto, ha una lunga gestazione, un lungo travaglio e quando questo “figlio” vede la luce ci si aspetta da lui il meglio. Genitore possessivo? Direi di no, chi non vorrebbe il meglio per il proprio figlio? Qualcuno mentirà a se stesso adesso, dicendo che lascerà al proprio figlio tutte le possibilità di diventare quel che vuole… per carità, scelta sacrosanta, ma queste possibilità chissà perché riguardano sempre qualcosa di positivo. Non si prende mai in considerazione la possibilità del male. E questo è l’errore dei benpensanti che in qualche modo, costretti da un pensiero necessariamente buono, non sono onesti con se stessi. Io penso che un buon genitore voglia il meglio per il proprio figlio, così un bravo scrittore penso si aspetti che il proprio romanzo venga letto e apprezzato da più persone possibili; quindi non ci si accontenta di quelle poche persone che inizialmente mostrano il proprio piacere nell’averlo assimilato e digerito per bene. Quindi ecco che serve necessariamente il social e la diffusione verso più canali possibili. E ci si affanna, ci si spreme le meningi per stare ovunque, per apparire ovunque, anche in un trafiletto di un blog con milioni di followers. Perché non bastano 10 lettori, ce ne vogliono 100, anzi no facciamo 1000, ma ora che ci siamo meglio 10000 anzi… forse, perché no… 100000? ERRORE

2-     Quanto tempo (e stress) dovrei perdere dietro questa attività di promozione? E se non porta i propri risultati? Non potrei impiegare quel tempo per fare quello che realmente mi piace di fare: continuare a scrivere. Quindi lasciare perdere tutta la promozione e pensare al futuro. Se poi non viene letto chissenefrega. ERRORE

Ecco il dilemma: fare il punto 1 o il punto 2?

Come la saggezza insegna, e secondo me i più saggi erano greci e romani, giusto è sempre il mezzo. Ed ecco quindi che questa mattina, prima di iniziare a scrivere quello che state leggendo, ho riflettuto su quello che in realtà mi ossessiona da un po’: è uno scontro tra qualità e quantità? Può esserci tra queste due cose una via di mezzo, o l’una esclude l’altra?

Penso (e non è un pensiero buonista) che per decretare il raggiungimento del proprio scopo da scrittore, ovvero tirare fuori delle emozioni ad un lettore, sia sufficiente una persona, meglio se sconosciuta e non di parte. Una persona disinteressata, che ha realmente provato qualcosa nella lettura. Gli amici ti diranno sempre bravo, si sa. Quelli invidiosi non ti diranno niente invece. Una persona che ti apprezza per quello che fai è tutto ciò che serve, è il giusto mezzo per poter continuare a scrivere senza l’angoscia di arrivare alle folle. Anzi, è anche meglio, perché più persone ti leggeranno, più avrai l’ansia di molti giudizi. Poche persone ti permetteranno di continuare il tuo percorso evitando l’inutile ostacolo della fama. A tutti piace ricevere delle lodi, a tutti piacciono le molte lodi, ma non sempre servono. Servono (e qui entra in ballo il concetto di qualità) quelle giuste.

Sareste più contenti di una lode da una persona sconosciuta e disinteressata o di cento lodi da parte di un gruppo di conoscenti che non se la sentono di dirvi qualcosa di negativo per non deludervi?

A voi la sentenza finale.